Undredal

15 agosto 2017 Lascia un commento

Sulla terrazza di legno, davanti all’acqua calma dell’Aurlandsfjorden, il poeta scrive sul suo libretto. In realtà non so nemmeno se è davvero un poeta. Certamente ne ha tutta l’aria: capelli al vento e sciarpa al collo, aria trasandata ma tranquilla. So solo che prende appunti, in norvegese, sul suo libretto nero, seduto sulla panca di legno grezzo sulla terrazza del caffè di Undredal, a tarda sera.

Ormai il fiordo è tornato alla sua calma abituale, i barconi carichi di turisti e le navi da crociera sono ormai andati tutti via e rimane solo il vuoto e il silenzio increspato solo dalle grida dei gabbiani. L’acqua è uno specchio nel quale si riflettono le pareti verdi di fronte a noi e un fiocco di nuvola bianca e allungata si stende come un velo sopra l’acqua. La perfezione non sembra essere altro che una incrocio di coordinate tra spazio e tempo, il fiordo e la tarda ora.

Undredal è solo un paesino con una manciata di abitanti, famoso per il suo formaggio e le sue capre, alle quali è stato dedicato un monumento all’ingresso del borgo. Una chiesa antica, un minuscolo campeggio e un negozio che vende formaggi e che in estate si trasforma in caffè dove mangiare e bere qualcosa completano la scena. Ad Undredal non si arriva certo per caso. Di solito si vede dal mare, a bordo dei barconi che portano i turisti da Flåm a Gudvangen, lungo lo splendore del Naeroyfjord. In auto si deve prendere la strada E16 che unisce Gudvangen a Flåm e proprio nel tratto all’aperto tra due lunghi tunnel svoltare sulla 601 per arrivare dopo qualche chilometro di strada stretta al paese.

Il poeta continua a scrivere mentre una pioggia leggera comincia a cadere. Il caffè ha solo ormai pochissimi clienti che se ne stanno in silenzio seduti sulle panche di legno a guardare il mare stretto tra le pareti del fiordo. Nessuno parla, e se parla sussurra, quasi a non voler graffiare la perfezione che ci avvolge.

Il poeta, sempre che lo sia, continua a scrivere. Sembra non esserci posto migliore.

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Il luogo del cavallo

16 ottobre 2014 Lascia un commento

Pop a Capall Kylemore Abbeysignifica Luogo del cavallo. E’ il nome gaelico del lago nelle cui acque si specchia l’abbazia di Kylemore. Il lago prende il nome da una leggenda che racconta di uno splendido cavallo bianco che sorge dalle acque del lago ogni sette anni. L’ultimo avvistamento risalirebbe al 2011 quando alcuni membri dello staff di Kylemore giurarono di aver scorto la sagoma del cavallo tra i vortici di nebbia che ricoprivano la superficie dell’acqua in un giorno d’inverno.

L’abbazia fu costruita dal parlamentare inglese Mitchell Henry. Dopo la Prima Guerra Mondiale le suore benedettine fuggite dalla tristemente famosa Ypres, in Belgio, entrarono in possesso della costruzione trasformandola in una abbazia. Kylemore è situata in uno splendido angolo del lago, circondata dalle Twelve Bens, dodici cime in gaelico, meta di molti escursionisti.

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Il mito azteco della creazione

24 ottobre 2013 Lascia un commento

mimixcoaLa creazione del mondo. Secondo la leggenda mexica (a azteca) i figli della coppia suprema, Quetzalcòatl e Tezcatlipoca, penetrarono, dopo aver assunto le sembianze di serpenti, il corpo di Tlatéotl, la divinità Terra, e la sacrificarono dividendola in due parti. Con una parte del suo corpo crearono il cielo e con l’altra la terra. Per evitare che Tlatéotl recuperasse la sua unità, posero dei pali tra le due metà. La divinità suprema, per compensare l’oltraggio subito da Tlatéotl, consentì alla vegetazione di crescere rigogliosa sulla metà inferiore del suo corpo, generando nutrimento. Ma in cambio dei suoi frutti la Terra aveva bisogno di cuori e sangue, attraverso il rituale dei sacrifici umani. Leggi tutto…

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Chapulines a Oaxaca

3 ottobre 2013 Lascia un commento

chapulinesSe ne possono trovare in vendita ad ogni angolo nei mercati di Oaxaca, nel sud-est del Messico, disposte ordinatamente in mucchi a forma di cono sulle bancarelle; nei ristoranti tipici sono offerte fritte assieme a salse e a mole. Sono le chapulines, cavallette, che insieme ad altre circa cinquecento specie di insetti commestibili sono considerate da secoli prelibatezze della cucina messicana, tanto da venire offerte in dono ai tlatoani, i re aztechi.

La dieta preispanica della popolazione indigena, oltre che sul mais, si basava su un abbondante consumo di larve, formiche, libellule, cavallette, scarafaggi, ecc.. L’avvento degli spagnoli ha relegato i piatti a base di insetti alla cucina tradizionale e tipica di certi stati dove vengono ancora consumati in abbondanza.

Nello stato di Guerrero si celebra addirittura il giorno del jumil sagrado, dedicato ad una specie di cimice che, secondo una leggenda locale, rappresenta le anime degli antenati, tanto da essere appellati, in certi casi, come familia.

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Sagrada Familia

26 settembre 2013 Lascia un commento

La Sagrada Familia, il sogno di pietra di Gaudì. Come sarà.

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San Juan de Chamula

20 settembre 2013 Lascia un commento

chamula2Chiapas. Messico profondo. Tra gli stati della federazione è il più povero. E questa zona indigena è la più povera tra i poveri.

San Juan de Chamula è nel cuore del Chiapas. E’ la patria dell’esercito Zapatista del subcomandante Marcos che tante speranze ha acceso tra gli indigeni negli anni novanta. Scritte e murales ancora inneggiano agli zapatisti, nascosti della giungla, anche se l’entusiasmo sembra essersi spento; tanta ideologia, pochi risultati, e la vita è sempre durissima, come sempre. Le tombe del piccolo cimitero sono colorate, le croci variopinte stanno a indicare l’età del defunto. A fianco corre la via principale bordata di povere case, spesso solo quattro pareti di mattoni grigi, e bancarelle. Tutto è molto colorato, così come i vestiti tradizionali delle donne. Le abbiamo già viste, loro, nelle vie di San Cristobal de las Casas, intente a vendere i loro lavoretti artigianali, sempre dolcissime e con un perenne sorriso sulle labbra. Il loro valore sociale è nullo, qui sono quasi schiave degli uomini dal panama bianco in testa e il giacchetto di lana lunga e bianca. Leggi tutto…

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Il mondo quadrato

2 settembre 2013 Lascia un commento

tzotzil1I maya tzotzil immaginano un mondo quadrato ai cui angoli quattro dei sorreggono il cielo. Ogni minimo spostamento dei portatori del cielo provoca terremoti, tempeste e disastri sulle terre che essi abitano.

R. ha gli occhi gentili e un perenne sorriso malinconico. Scende tutti i giorni dal suo villaggio di San Juan de Chamula per vendere i suoi piccoli oggetti ai turisti sulla piazza di San Cristobal de las Casas. Si tratta di braccialettini intrecciati, collane colorate, presine; molti lavoro per pochi soldi, quelli che rappresentano il suo valore economico, perché a circa trent’anni, senza marito né figli, il suo peso sociale è pari allo zero. Veste l’abito tradizionale composto da una pesante gonna di lana nera e pelosa, la camicetta dai colori sgargianti, i capelli raccolti in una lunga treccia. Deve contribuire a sfamare una famiglia di dodici persone e gli incassi portati a casa grazie ai turisti riescono a coprire il fabbisogno di tortillas per un paio di giorni. Leggi tutto…

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Lungo la Hringvegur e oltre: #7 I fiordi occidentali

24 marzo 2013 Lascia un commento

westfjordDa Akureyri in direzione dei fiordi occidentali la Hringvegur diventa una lunga cavalcata nel verde, tra merluzzi appesi ad essiccare, chiesette, case di torba e vere o presunte case natali di Erik il Rosso, appoggiate sui prati lungo lo Skagafjörður. Per chi ha letto il capolavoro di Laxness le case di torba a Glaumbær non saranno una sorpresa, visto che somiglieranno fin nei minimi dettagli alla fattoria di Bjardur, il testardo contadino protagonista di Gente Indipendente.

Sostiamo a Laugar per la notte. L’hotel Edda era una scuola (e ne ha l’aspetto) che in estate si trasformava in albergo. E’ in mezzo a prati verdi. Nei dintorni incontriamo solo un gatto e il suo orgoglioso padrone.

L’alternarsi di nuvole cupe e inaspettati squarci di sole rendono omaggio alla bellezza dei fiordi occidentali. Inspiegabilmente trascurata molti tour operator, questa zona dell’isola offre uno spettacolo diverso dal resto ma decisamente spettacolare. Il vuoto e il silenzio ci accompagnano lungo le strade strette e tortuose che costeggiano coste dai colori spettacolari, specie se inondate di sole.  Colline verdi dalle strane forme costeggiano baie dolci dalle spiagge color pastello, strade strapiombanti e acque azzurre. Leggi tutto…

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Lungo la Hringvegur e oltre: #6 Myvatn

25 novembre 2012 Lascia un commento

Dal bordo del cratere di Stora-Viti, nel cuore della regione del Krafla, si gode un magnifico spettacolo. In lontananza si può scorgere una lunga striscia nera dell’immenso campo di lava che interrompe il giallo delle colline e delle lontane montagne. Le nuvole che corrono veloci nella giornata ventosa gettano ombre sul terreno ed il colore cambia incredibilmente dal giallo, all’ocra al rosso scuro.

Il bordo del cratere si raggiunge da una strada che solca la vallata deserta e spoglia di qualsiasi vegetazione. Dal parcheggio si sale lungo un sentiero fino al bordo del cratere per poi proseguire lungo la sua circonferenza.  All’interno del cono un laghetto dall’acqua verde riflette il sole sulla sua superficie limpida; poco oltre un altro piccolo cratere dall’acqua azzurrissima. In lontananza il paesaggio è deturpato da lunghi condotti che tagliano la pianura. Sono i grandi tubi che convogliano alla centrale la potenza geotermica del sottosuolo. La pianura fuma. Piccole colonne di vapore si alzano per perdersi nel vento, in direzione  di Hverir. La fenditura che abbiamo incontrato a sud, nei primi giorni, riaffiora qui. E’ una  crepa lunga e profonda che nasconde al suo interno laghetti azzurri di acqua calda. Un piede sulla placca europea ed uno su quella americana è la foto più classica di ogni turista. Ma l’orizzonte fuma ancora. Leggi tutto…

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Lungo la Hringvegur e oltre: #5 Deserti, cascate e impronte di cavallo

1 novembre 2012 Lascia un commento

Adesso fermate l’auto in una delle piazzole sulla sommità di una collina. Scendete e percorrete alcuni metri in modo da escludere dallo sguardo l’unico oggetto che ricordi la presenza umana, sedetevi sulle pietre appuntite (sì, ne vale la pena), chiudete un attimo gli occhi, respirate profondamente e apriteli di nuovo. Vedrete un mondo nuovo, vergine, vuoto, spazzato dal vento, desolato eppure  magnifico. Un paesaggio lunare. E’ la grande distesa deserta di Moðradalur, una immensa pianura grigia punteggiata di dossi e colline appuntite.

Vi auguro una giornata di sole, ma con il cielo ventoso, solcato da nuvole bianche e veloci che gettano ombre scure sulla pianura attraversata dalla linea diritta della Hringvegur. E’ un paesaggio desolato e bellissimo che potrebbe appartenere a Marte o alla luna, a seconda della luce, perché il grigio apparente della valle assume toni che vanno dal nero all’azzurro delle colline più lontane, dal rosso mattone al giallo. Potrebbe essere benissimo un paesaggio della Terra di Mezzo di Tolkien, quella landa desolata che si stende di fronte ai neri cancelli di Mordor. Qui non cresce niente; non un fiore, non un filo d’erba, solo un deserto disseminato di piccole pietre non più grandi di un pugno, solo il vento e il vuoto a riempire la valle. Il significato del tempo qui svanisce e sembra così naturale seguire il percorso del sole, credere al popolo nascosto, ai troll trasformati in pietra. Potremmo essere in un’epoca lontana millenni da adesso, se indietro o avanti nel tempo è impossibile dirlo. Leggi tutto…

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