I dervisci mevlevi di Konya
Vieni! Chiunque tu possa essere, vieni! Pagano, idolatra o adoratore del fuoco, vieni! Anche se tradisci i tuoi giuramenti cento volte, vieni! La nostra porta è la porta della speranza. Vieni così come sei!
Celaleddin Rumi (1207 – 1273)
Konya. L’immagine, iconion, di una Medusa sulle antichissime mura sembra aver dato il nome a questa città santa dell’Islam che sorge nel cuore della Turchia. Moschee e mederse, la sua stessa storia, sarebbero sufficienti a fare dell’antica capitale selciuchide del regno di Rum una meta degna di attenzione, ma la vera attrattiva, sia dal punto di vista religioso che da quello prettamente turistico, è il mausoleo di Mevlana, personaggio inscindibile dalla storia della città.
Secondo la tradizione, attraversando il quartiere degli orafi, Celaleddin Rumi, poeta, teologo, insegnante universitario, mistico, si fermò improvvisamente e, forse ispirato dal tintinnìo ritmato di centinaia di martelli, allargò le braccia e iniziò a roteare su se stesso come in una danza. Era circa il 1250 e nel giro di pochi mesi quella danza vertiginosa di dervisci vestiti di bianco e dal lungo cappello di feltro in testa divenne uno spettacolo abituale di fronte alle moschee della città.
Celaleddin era nato a Balk, nel nord dell’Afghanistan, nel 1207. Spinto dall’avanzare della marea mongola, girovagando da una città all’altra al seguito della sua famiglia, era arrivato a Konya, capitale del regno seciuchide di Rum, dove suo padre si stabilì come insegnante di teologia. Alla morte del padre Celaleddin lo sostituì nell’insegnamento.
Piantò tutto quanto e iniziò a scrivere versi in seguito ad una relazione che fece scandalo, quella con il giovane derviscio Shamseddin. Fondò l’ordine dei dervisci danzanti, detti mevlevi, che ben presto assunse un’importanza sempre crescente nel mondo musulmano e ottomano in particolare: era il celebi, massimo esponente dell’ordine, a cingere, nei secoli, i fianchi del nuovo sultano appena incoronato con la spada di Osman.
Morì nel 1273 e fu sepolto accanto al padre, venerato in ugual misura da musulmani e cristiani per il suo messaggio di estrema tolleranza di cui i suoi dervisci si fecero portatori.
Mevlana (Signore), così era chiamato dai suoi discepoli, con la sua visione dell’Islam così aperta e tollerante, fece sussultare non poco i teologi ortodossi del suo tempo introducendo nelle cerimonie religiose la danza e la musica, considerate espressioni pagane.
Le confraternite mevlevi, disciplinate da Sultan, figlio di Rumi, si moltiplicarono e si diffusero nell’Europa balcanica e sopratutto in Egitto. La loro stella cominciò a declinare all’inizio del ‘900 proprio a causa della loro tolleranza, quando cioè aprirono le loro porte per accogliere i cristiani armeni perseguitati. Ma a dare il colpo di grazia fu Ataturk che chiuse i conventi e trasformò la tekke di Mevlana in un mausoleo.
Adesso in Turchia le confraternite sono di nuovo aperte. Il mausoleo di Mevlana è meta non solo di turisti attratti dalle cupole verdi, dalle sale di preghiera e di danza, dai turbanti e dai gioielli esposti, ma anche da frotte di fedeli. Chi vi si reca può adesso assistere alle cerimonie dei mevlevi scandite da gesti antichi e mai casuali, ricchi di simboli e significati, che spesso si svolgono nella settimana che si chiude il 17 dicembre, giorno della morte di Celaleddin.
Dopo un apprendistato di mille e uno giorni passati tra preghiere, lavoro e meditazione, i dervisci sono ammessi nella confraternita e possono praticare la sema, la danza.
Si resta affascinati a guardare queste figure bianche con le vesti che si aprono come corolle di fiori ruotare morbidamente sempre sullo stesso piede, cullati dalla nenia dello zufolo, dei timpani e dei piatti di rame, con gesti antichi e misteriosi.
Le vesti bianche simboleggiano il sudario della propria anima, il cappello la stele funebre che sovrasta la tomba e la rimozione del mantello nero all’inizio della cerimonia rivela l’anima che si apre alla verità. Il semazen, che dirige la danza, autorizza ad uno ad uno i suoi discepoli a danzare e, ad uno ad uno, con le braccia incrociate sul petto e la testa china, iniziano a volteggiare, ruotando da destra a sinistra intorno al loro cuore. A questo punto aprono le braccia, il palmo della mano destra rivolto in alto per accogliere ciò che viene da Dio e l’altro verso il basso per donarlo agli uomini; i loro occhi fissano la mano sinistra per non perdere l’equilibrio. Lo scopo della danza è il raggiungimento di un’estasi che permette una sorta di comunione divina; altri ordini raggiungono questo stato attraverso altri sistemi, come la ripetizione di una formula rituale, dikhr, o una preghiera.
La danza termina con la lettura del Corano, sura II, versetto 115:
A Dio appartengono l’oriente e l’occidente, e ovunque ti volti sei davanti a Lui. Egli tutto abbraccia, tutto conosce.
La sema si compone di sette parti:
- Nat-I-Serif, elogio al Profeta e a tutti i profeti prima di lui;
- kudum, voce del tamburo: simboleggia l’ordine di Dio al momento della creazione, il primo respiro che ha dato vita a tutto;
- taksim, improvvisazione strumentale guidata dal ney, una specie di piffero;
- saluto dei dervisci agli altri confratelli, avviene camminando in circolo;
- la sema, a sua volta, è composta da quattro saluti: - il primo saluto è la nascita dell’uomo verso la verità;- il secondo saluto esprime la meraviglia di fronte allo splendore della creazione;- il terzo saluto è la trasformazione da meraviglia in amore, è completa sottomissione, annullamento di se stessi nel divino, è unità; questo stato viene chiamato fenafillah;
- il quarto saluto è il ritorno del derviscio al suo scopo nel Creato: servire Dio, i suoi profeti e la sua creazione;
- fine della sema e lettura del Corano, II, v.115;
- preghiera per le anime del Profeta e dei credenti.
Tutti pazzi per il Périgord
Probabilmente è tutta colpa di Eleonora di Aquitania.
Portando in dote il Sud-Ovest della Francia al futuro re d’Inghilterra, Enrico Plantageneto, la madre di Riccardo Cuor di Leone non solo ha posto le basi per un sacco di guai futuri, ma ha fatto conoscere agli inglesi quest’angolo di Francia; e loro lo hanno pacificamente trasformato in un secondo Chiantishire. Nei caffè di Sarlat, di Cahors, di Figeac l’inglese si fonde con il francese in percentuale quasi paritaria e nelle edicole il Guardian e The Independent si mescolano a Le Monde o a La Depeche du Midi mentre molte agenzie immobiliari espongono offerte in doppia lingua. Continua a leggere…
Incontro con la dama
Palazzo Czartoryski è un edificio sobrio dal portone spalancato sulla bella Sw. Jana, proprio vicino all’angolo dove molti pittori di strada espongono i loro lavori lungo un tratto di mura cittadine. E’ qui che ogni giorno, da molti anni, la signora riceve i suoi visitatori.
Si salgono i gradini dell’antica scala subito dopo l’ingresso e, dopo aver attraversato alcune sale minori, ci troviamo in una stanza non troppo grande, addirittura modesta, al centro della quale la Dama ci guarda con la sua aria tranquilla. Nella sala accanto, la finestra aperta fa entrare la luce e il brusìo di una Cracovia al tramonto, con la via Florianska affollata e il campanile di Santa Maria, inanellato dalla corona dorata, che allunga la sua ombra gemella sulla sconfinata Piazza del Mercato. Città di papi e di miniere di sale, di re sepolti e di draghi, di leggende e di chiese tuonanti di cori, Cracovia custodisce, senza alcuna traccia di vanità, lo sguardo della signora e del suo ermellino. Continua a leggere…
Jizo
Impossibile non vederli. A volte si incontrano agli angoli delle strade di campagna, più spesso all’interno dei recinti sacri dei templi buddhisti e nei cimiteri. L’intero Giappone ne è cosparso.
Sono piccole statuette di pietra raffiguranti una figura, in piedi, dalle fattezze simili a quelle di un bambino. Si chiamano Jizo e, nel Giappone moderno, sono considerati i benevoli protettori dei bambini sofferenti, di quelli che sono morti e di quelli che ancora devono vedere la luce. Gli ideogrammi che compongono il loro nome significano terra (ji) e grembo (zo), ma quest’ultimo ideogramma può avere anche il significato di tesoro, quindi il loro nome può essere tradotto come grembo della terra oppure tesoro della terra. Continua a leggere…
Hotel Meridien
Sembra impossibile che i villaggi magrebini possano essere così caotici pur essendo quasi deserti. E’ una caratteristica che notai subito scendendo dal Land Rover che dopo molte ore di viaggio mi aveva portato fin qui, al limite del Sahara, da Djerba. L’isola, come il resto della Tunisia, non era in quegli anni ancora una meta turistica di prima grandezza, gli alberghi erano pochi e scalcinati e i souvenir in vendita nei bazar non erano affatto ricordini pacchiani ma veri oggetti di artigianato.
La strada che porta a Douz era fiancheggiata da alte pareti di sabbia tenuta a bada da grossi tronchi di legno per evitare che un po’ di vento potesse far scomparire l’asfalto sotto un manto di morbida sabbia. L’autista si fermò davanti all’albergo e sorridente me ne indicò l’insegna. Continua a leggere…
I santuari di Ise

Ise Jingu
Ise Jingu
Incastonati nel verde della penisola di Shima (prefettura di Mie), poco distante dai parchi nazionali di Yoshino-Kumano e Ise-Shima, sorgono i santuari shinto di Ise.
Ci sono almeno due buoni motivi per dedicare una sosta ai due grandi complessi di Naiku e Geku. Sono i più venerati e importanti santuari dello shintoismo e, dal punto di vista architettonico, costituiscono un bellissimo esempio di costruzioni giapponesi senza alcun influsso cinese, semplicissime e libere da ogni influenza buddista. E’ in questi edifici, costruiti in legno hinoki, il cipresso giapponese, che la casa imperiale rende omaggio ai propri antenati e alle divinità Amaterasu e Toyouke, le più importanti del panteon shintoista, il sole e la terra, dispensatrici di vita e base del culto. I due santuari distano tra loro sei chilometri e vengono interamente ricostruiti ogni venti anni. Il legno degli edifici sostituiti viene tagliato in bastoncini poi distribuiti ai pellegrini accorsi per la cerimonia. Continua a leggere…
Terranova e Labrador
“Ci sono luoghi su questa terra che continuano a viverti dentro. Posti che fluttuano avanti e indietro nella tua coscienza quando meno te lo aspetti, ma più spesso proprio quando ne hai più bisogno. Luoghi come le insenature, le baie dove le casette dipinte di giallo, verde e acquamarina si aggrappano alle scogliere e ti ricordano che anche le case sono personaggi e meritano molto di più di una buona mano di colore. Dove le storie, i racconti, le tradizioni hanno il fascino del vecchio mondo, colorate da influenze irlandesi, inglesi, francesi, indiane. Da dove veniamo e cosa siamo diventati. Continua a leggere…
Isole negli occhi
I vecchi da noi hanno isole negli occhi,
le mani screpolate dalla caccia marina
e le vene scoppiate delle loro pupille azzurre
portano sogni di fragili vele.
Xavier Grall, Les vents m’ont dit
A volte basta un minuscolo cimitero di campagna, di quelli coi fiorellini colorati sulle vecchie tombe chiare e le piccole lapidi nere affisse al muro, recanti i nomi dei pescherecci scomparsi nei mari islandesi, tanti anni fa. Nelle vecchie foto ingiallite donne vestite di nero vi depongono fiori. Un cimitero trovato per caso, di fronte ad un piccolo albergo di Ploubazlanec, in cerca di una camera per la notte. E il viaggio cambia, si arricchisce di storia e di storie, di pescatori a caccia di merluzzi in mezzo all’oceano. Continua a leggere…
